La globalizzazione è nuda Fallimento del W.T.O. a Ginevra
Ci avevano raccontato la favola bella che con la globalizzazione tutti gli uomini della terra avrebbero avuto di che vivere felici. I grandi del commercio mondiale si riunirono per la prima volta a Doha, nel Quatar, nel novembre del 2001 e dichiararono che lo scopo del loro round era quello di far fronte "alle esigenze dei paesi in via di sviluppo". Il bel sistema inventato dai capi dei paesi ricchi era quello della libera circolazione delle merci su tutti i mercati del globo, eliminando i dazi doganali, gli incentivi alle esportazioni e gli aiuti ai produttori interni. La grande assemblea del commercio, riunita sotto l'altisonante insegna del W.T.O., Organizzazione del Commercio Mondiale, non concluse nulla e vi fu il primo rinvio ad un'altra riunione, che si tenne a Cancun, in Messico, nel settembre del 2003. Da allora gli "esperti" dei vari paesi, con le loro giacchette e camicia e cravatta, si sono riuniti in privato nel loro castello di Ginevra, senza concludere nulla, ma individuando i principali attori della farsa, "gli USA, l'Unione Europea e il G20" (il gruppo dei paesi emergenti). Anche così raggruppati, gli interessi economici erano contrapposti: a Cancun la trattativa era fallita per le pretese degli USA sulle esportazioni di cotone, in contrasto con alcuni paesi africani. Nella riunione di Ginevra di questo luglio, alla quale hanno partecipato i rappresentanti dei 153 paesi, è stata presentata una bozza di accordo da parte del presidente del W.T.O., Lamy, che, secondo il ministro indiano per l'industria ed il commercio, Kamal Nath, trovava il consenso: "solo su alcuni temi che riguardavano la prosperità dei paesi che sono già prosperi, mentre, su temi che hanno a che vedere con il livello di vita dei poveri non c'è affatto consenso". Alla bozza Lamy si è aggiunta la bozza dell'Unione Europea, presentata dal commissario Peter Mandelson, che però non accontentava gli italiani, che pretendevano una maggior tutela dei prodotti di eccellenza geografica (proscritto di Parma) e l'esclusione dalla lista dei prodotti tropicali, a più bassa tassazione, del riso, delle patate, dei pomodori e delle arance prodotti in Italia. Gli USA non erano disposti a rinunciare al livello degli aiuti alla produzione agricola interna. In effetti, tutti i paesi ricchi danno incentivi ai prodotti interni, e, soprattutto, elevano i dazi doganali che li proteggono dalla concorrenza dei paesi poveri, i cui prodotti costano la metà. Non solo, ma i paesi ricchi pretendono di esportare i propri prodotti anche nei paesi poveri; ad esempio: "In Ghana funzionava, e bene, un'industria di trasformazione dei pomodori, che impegnava migliaia di lavoratori. Sono arrivati i pomodori europei, sostenuti dagli aiuti di Stato, e sono rimaste solo migliaia di disoccupati". (Unità, 30 luglio, 2008). In totale, gli aiuti alla propria agricoltura nei trenta paesi più ricchi ammontano a circa 305 miliardi di dollari, mentre gli aiuti ai paesi poveri, stanziati dagli stessi trenta paesi, ammontano a soli 50,6 miliardi di dollari. (Corriere della Sera, 30 luglio 2008) Ad un certo punto della trattativa, a Ginevra, l'ambasciatore cinese Sun Zhenyu ha fatto "un intervento durissimo, denso di cifre che documentavano il protezionismo commerciale messo in atto dagli Stati Uniti"(Sole 24 ore, 30 luglio 2008). Dopodiché, con il pieno consenso dell'India e di parecchi altri paesi emergenti, hanno chiesto carta bianca per raddoppiare i dazi su certi prodotti sensibili (riso, cotone, zucchero), qualora le importazioni fossero tali da creare difficoltà ai propri contadini. In particolare, il rappresentante di Pechino ha ricordato che gli 800 milioni di contadini che vivono in Cina hanno un reddito di soli 2 euro al giorno. D'altra parte, Cina e India e gli altri paesi in via di sviluppo chiedono che USA e Unione Europea taglino i dazi doganali ed i sussidi agricoli, rispettivamente, del 70% e dell'80%. Secondo un veterano delle trattative commerciali, ci vorranno tre o quattro anni prima di un'eventuale ripresa e, "invece di cambiare l'allenatore, come nel calcio, forse bisogna cambiare i giocatori". (Sole 24 Ore, 30 luglio 2008). A cosa si riferisse, non si capisce, ma forse bisogna andare ancora più in là e cambiare gioco. Fin quando saranno i rappresentanti in giacchetta, camicia e cravatta a giocare con interessi più alti di loro, non si arriverà mai ad un accordo. Solo un Governo Mondiale potrà distribuire in maniera equa le risorse residue della terra. |
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