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Anonimo
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Gli Agnelli, la FIAT, Il Lingotto, il salone del Libro e Israele Autore: RomoloGobbi | Data: 10/02/2008 0.16.26
Giovanni Agnelli con i profitti che accumulava durante la prima guerra mondiale cominciò a costruire lo stabilimento del Lingotto negli anni tra il 1916 e il 1920. Mentre forniva all'Italia ed agli eserciti alleati mitragliatrici, 3700 autocarri, 500 automobili, 100 gruppi fotoelettrici, trattori, motori vari e numerosi aeroplani, procedevano i lavori del nuovo stabilimento che: "colpì l'immaginazione di tutto il mondo per l'originalità della sua struttura architettonica, per la grandiosità degli ambienti, che allora parevano immensi". In realtà, il Lingotto era basato su principi fondamentalmente errati: le automobili venivano assemblare mano che salivano da un piano all'altro, per poi essere collaudate sul tetto nella pista a forma ellittica. E' evidente che i costi di trasporto in verticale erano superiori a quelli di una produzione che proceda orizzontalmente, come poi si fece una decina di anni dopo con lo stabilimento di Mirafiori.
Il Lingotto restò comunque in produzione sino alla fine degli anni settanta, occupando una parte degli operai che, dai 17.000 degli anni '20, erano diventati più di 200.000 in tutta la FIAT.
All'inizio degli anni '80 il Lingotto venne abbandonato, e da allora gli Agnelli cominciarono una affannosa ricerca per riuscire a riutilizzarlo un qualche modo. Nel 1985 venne lanciato un concorso tra i più grandi architetti di tutto il mondo per un progetto di riutilizzo. Uno spiritoso architetto inglese propose di demolire l'intero edificio e trasformarlo in un parco attraversato da una doppia fila di sfingi-automobili. Il gruppo ecologista di Iniziativa Verde azzardò la proposta di un Lingottoland, un parco di divertimento. Dopo la messa in scena, il Lingotto restò tale a quale, un orribile e vetusto stabilimento industriale che doveva ospitare centri commerciali e fieristici, viari cinema e anche un auditorium. L'ubicazione in una squallida periferia urbana rese fallimentare l'iniziativa, anche se gli Agnelli pensarono di renderla attraente con una bolla di vetro piazzata sulla pista di collaudo, dentro la quale venne collocata la collezione privata dei quadri dell'Avvocato. Naturalmente, la collezione restava di proprietà degli Agnelli, così come l'intero edificio, però la ristrutturazione venne fatta con il contributo di denaro pubblico.
Il tentativo di tenervi il salone dell'auto, gloria fieristica torinese, fallì, e così si pensò ad un azzardato Salone del Libro, un prodotto che esulava dall'esperienza di famiglia, ma che si pensava avrebbe procurato un'aureola culturale agli Agnelli. In realtà. Il Salone del Libro è una fiera paesana frequentata da visitatori non abituati a comprare libri, che ci vanno per darsi un tono da intellettuali. Infatti, di libri se ne vendono pochi, mentre molti vengono rubati, tanto che non pochi editori non vi partecipano più. Quest'anno, per suscitare qualche interesse per una manifestazione inutile, o forse per festeggiare l'ascesa al trono FIAT dell'erede Elkan, si è pensato di dedicare il Salone del Libro ad Israele.
Ma da uno scoop pubblicitario è nata una deflagrazione polemica, che è andata al di là, non solo del contendere, ma anche del buon gusto. Da un lato, si è presa l'iniziativa di una raccolta di firme per il boicottaggio del Salone, perché era politicamente sbagliato favorire Israele. In effetti, con un conflitto cruento in corso da molti anni, che nemmeno l'intervento di due presidenti USA è riuscito a far finire, vezzeggiare uno dei contendenti è per lo meno incauto. Dall'altra parte, i paladini di Israele hanno mobilitato tutto il repertorio del razzismo, dell'anti-semitismo, della persecuzione degli ebrei, arrivando addirittura a parlare di apartheid. Le parole hanno però un forte potere evocativo, infatti la parola apartheid venne usata per condannare il sistema di discriminazione dei neri in Sud Africa. Oggi la parola può essere usata solo applicandola alla politica di Israele nei confronti dei Palestinesi: infatti vengono costruiti muri, vietata la libera circolazione, boicottato il traffico delle merci, anche vitali, verso i territori palestinesi.
Quanto poi al boicottaggio del salone, si tratta di una bazzecola rispetto alle iniziative prese a suo tempo dalla comunità internazionale contro il regime dell'apartheid sudafricano. Ci sembra dunque giusto che l'intera vicenda venga riportata alle dimensioni dell'evento: una fiera paesana alla quale intervengono visitatori non abituati a frequentare le librerie e forse neanche a leggere libri.

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