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Addio alla specie Autore: RomoloGobbi | Data: 18/12/2007 22.22.50
Durante le due settimane della Conferenza di Bali sui cambiamenti climatici, gruppi ecologisti che seguivano i lavori hanno inscenato manifestazioni: contro il pericolo di estinzione dei pinguini dell'Antartide, per ribadire il rischio di estinzione per gli orsi bianchi del Polo Nord, per lo scioglimento dei ghiacci polari, per segnalare il pericolo di estinzione delle tartarughe marine. I media hanno riservato qualche spazio alle manifestazioni ecologiste, ma hanno minimizzato le dichiarazioni di scienziati e dei Nobel per la pace che potevano dare la vera portata delle conseguenze dei cambiamenti climatici. La Stampa del 7 dicembre riportava in un trafiletto, al fondo di pagina 16, l'appello di 200 scienziati, fatto pervenire alla Conferenza di Bali: "Restano dieci, quindici anni di tempo prima che le conseguenze dei cambiamenti climatici diventino irreversibili". Il giornale si è dimenticato di scrivere "quali" conseguenze sarebbero derivate: "milioni di persone saranno esposte ad eventi atmosferici estremi, come ondate di calore, inondazioni, tempeste e innalzamento del livello del mare"(Repubblica on line, 6 dicembre, 2007). Su la Repubblica del 12 dicembre, a margine di una pagina dedicata all'allarme lanciato dal WWF per la salvaguardia dei pinguini del Polo Sud, venivano riportati stralci del documento firmato dal gruppo di Nobel per la pace: "Il cambiamento climatico costituisce una minaccia diretta alla sopravvivenza di centinaia di milioni di persone. E dunque il continuo aumento delle emissioni serra rappresenta un'arma di distruzione di massa diretta soprattutto verso le popolazioni povere".
Nonostante questi ammonimenti, i delegati della XIII Conferenza sui cambiamenti climatici dell'ONU non sono arrivati ad alcun accordo, anzi, si è arrivati alla conclusione di non essere d'accordo e hanno preso tempo sino ad aprile del prossimo anno, e poi ancora "arrivando così entro la fine del 2009 ad un nuovo piano per combattere l'effetto serra e il surriscaldamento del Pianeta". (La Stampa, 16 dicembre 2007, pag 12). Se si tiene conto che la Conferenza di Bali doveva giungere ad un accordo sui tagli di CO2 per il dopo Kyoto, che scade nel 2012, le nuove misure anti effetto serra dovrebbero aspettare 4 anni prima di essere attivate.
Al disaccordo di Bali si sono aggiunti anche gli Stati Uniti, che non avevano aderito a Kyoto, e che a poche ore dalla chiusura della Conferenza hanno manifestato la loro preoccupazione per l'accordo, perché mette a rischio la crescita (loro) e hanno avanzato ulteriori riserve: "I negoziati non possono procedere affrontando solo tagli alle emissioni inquinanti dei Paesi sviluppati, le grandi economie in via di sviluppo devono egualmente agire". Queste, in particolare Cina e India, già durante la Conferenza avevano fatto fronte comune: "esigendo che i Paesi sviluppati siano i primi a tagliare le emissioni e siano generosi di aiuti tecnologici e finanziari". Come si può capire, i contrasti complicheranno anche il seguito delle trattative, infatti, "per i più critici l'accordo è svuotato di contenuti e la strada è tutta in salita, anche perché negli anni a venire la partita più dura si giocherà in Asia, dove la Cina è destinata a superare gli USA come paese più inquinante del mondo". (La Stampa, ibidem).
Con queste premesse, le conseguenze catastrofiche del cambiamento climatico sono pressoché inevitabili, si impone pertanto a tutte le forze responsabili di far pressione sui governi perché si preparino ad affrontarne le conseguenze. Oltre allo sforzo per convertire la produzione di energia elettrica alle tecnologie pulite, i governi dovrebbero provvedere alla scorta di generi alimentari, visto che già oggi esse sono quasi inesistenti: "Allarme dell'Istituto Internazionale per la Ricerca in Agricoltura: i magazzini sono vuoti". Così titolava La Stampa del 9 dicembre di quest'anno, che proseguiva: "E' finita l'era del cibo a buon prezzo, anche perché il mondo mangia più di quanto produce"; per i Paesi più poveri si tratta di una vera e propria catastrofe, perché si aggraverà la perenne carestia". Queste previsioni, fatte prima e al di fuori della Conferenza di Bali, dimostrano quanto sia precaria la condizione di molta parte della popolazione dei Paesi sottosviluppati. Dopo la Conferenza sul cambiamento climatico siamo ancora più consapevoli dell'inefficienza dei governi di tutto il mondo e quindi si impone un cambiamento radicale per coordinare gli sforzi per salvaguardare la specie che più ci interessa, quella umana. Anche se siamo altrettanto consapevoli che la sua estinzione con ogni probabilità garantirebbe la sopravvivenza di molte altre specie animali...

Commenti:

Il petrolio e gli alimenti Ramiseto
Gli esseri umani consumano sempre più energia per produrre alimenti, però questa produzione è sempre inferiore al consumo. Secondo C. Ponting nel suo libro Istoria Verde del Mondo: “Nelle prime due decade d’intenso sfruttamento agricolo basato sui prodotti petrolchimici che arrivarono dopo la seconda guerra mondiale, il consumo totale d’energia nel settore agricolo aumentò del 70%, mentre la produzione alimentare è cresciuta solamente di un 30%”.
La crescita della produzione agricola, attraverso la meccanizzazione e l’uso di fertilizzanti e pesticidi, ha portato con sé un aumento significativo dei consumi di petrolio generando una maggiore emissione di CO2. Questo ci lascia con una conclusione preoccupante date le sue implicazioni: l’agricoltura intensiva è uno dei principali agenti del riscaldamento del pianeta.
Questo aumento della produttività agricola si è ottenuto a costo d’incrementare la quantità del petrolio consumato nel processo. Secondo Jeremy Rifkin in un suo famoso libro L’economia dell’ idrogeno: “Per produrre una scatola di cereali di 270 calorie, l’agricoltore consuma l’ingente quantità di 2.790 calorie per mantenere i macchinari in funzione e ottenere i fertilizzanti e i pesticidi. Così poi, per ogni caloria di energia prodotta, la tecnologia agricola finisce per consumare dieci calorie d’energia” (pag 239).
Conclusione confermata da Rifkin nella sua opera già menzionata con il seguente dato: “Per rispondere alla domanda annuale di carne di una famiglia media di quattro persone è necessario consumare più di 984 litri (260 galloni ) di combustibili fossili. Il consumo di questo combustibile libera nell’atmosfera 2,25 tonnellate addizionali di CO2, la stessa quantità che emette un veicolo medio in sei mesi di funzionamento normale” (op. Cit. pag. 244)
Data questa immagine siamo di fronte ad una grave prospettiva in quanto i costi per la produzione di alimenti aumenta in una tale proporzione che quando entreremo nell’epoca della produzione massima petrolifera,centinaia di milioni d’essere umani non saranno in condizioni di poter acquistare gli alimenti necessari a garantire la propria sussistenza e quella dei loro familiari. Questo senza contare che attualmente ci sono 854 milioni di persone che soffrono di fame e denutrizione.
Qualcuno( diabolico) ha già ipotizzato la soluzione : «I carburanti fossili stanno finendo: sicchè dobbiamo tagliare la popolazione fino a due miliardi, un terzo di quella che c’è attualmente».
Parlava sul serio il professor Eric R. Pianka, zoologo evoluzionista dell’università di Austin in Texas (*) il 3 marzo 2006 .
La relazione che ha tenuto alla Texas Academy of Science è stata così delicata, che per ordini superiori è stata tenuta «off the records».
Niente telecamere, niente pubblicazione: il grosso pubblico, ha spiegato lo zoologo, non è pronto a sentire quello che sto per dirvi. Ma l’hanno udita centinaia di studenti, docenti e scienziati.
Dobbiamo ad uno studente, che ha preso appunti di nascosto, se sappiamo qualcosa.Pianka ha esordito deplorando «l’antropocentrismo», la malaugurata idea che l’uomo occupi un posto privilegiato nel mondo.
«Non siamo meglio dei batteri!», ha detto lo scienziato, ridanciano, fra gli applausi.
La crescita della popolazione umana sta «rovinando» il pianeta.
Bisogna salvare il pianeta prima che sia troppo tardi.Per salvarlo, ha detto, occorre che la popolazione umana sia ridotta al 10 % di quella attuale («oltretutto, i carburanti fossili sono alla fine»).
Risale al 24 aprile 1974 il «Memorandum 200» per la Sicurezza Nazionale dal titolo eloquente :
«Implicazioni della crescita mondiale della popolazione per la sicurezza degli Stati Uniti e i suoi interessi all’estero».
«Poichè la diminuzione della popolazione può accrescere la stabilità, la politica demografica diventa rilevante riguardo alle risorse, forniture e interessi economici degli USA».
Kissinger trasformò poi questo memorandum in un vero manifesto ambientalista per il presidente (Jimmy Carter) che si chiamava «Global 2000»: dove tra l’altro si contemplava la scarsità alimentare programmata per spopolare il terzo mondo.
L’idea di una eliminazione demografica forzata è da allora più volte riemersa. Domanda :
<< Che non si stia utilizzando il riscaldamento climatico allo scopo ? Qual'è il vero motivo per cui gli Stati Uniti, non hanno aderito a Kyoto? >>

Ramiseto














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