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Anonimo
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28 ottobre 1922: Marcia su Roma Autore: RomoloGobbi | Data: 29/10/2007 23.21.48
Il giorno dopo la Marcia su Roma, l’Osservatore Romano applaudì il Re d’Italia per non aver decretato lo stato d’assedio contro i fascisti, evitando, che avvenissero: “sanguinosi conflitti fratricidi”. Il quotidiano del Vaticano lasciava quindi ad intendere che era : “tutt’altro che sfavorevole ai progetti di collaborazione governativa di Mussolini”. Questi, subito dopo il suo arrivo a Roma, si preoccupò di incontrare i rappresentanti della Santa Sede; ebbe un incontro con il cardinal Gasparri, che chiese a Mussolini “un piccolo anticipo” sui favori che il Concordato avrebbe concesso alla Chiesa Cattolica: “che fosse rimesso il crocefisso nelle aule scolastiche e giudiziarie”.
Nella recente discussione sulla legittimità di questo simbolo nelle scuole italiane, la Chiesa ha ricordato che il provvedimento era legge dello Stato Italiano fin dal 1923, ma nessuno si è sognato di ricordare che questo era un provvedimento del primo governo Mussolini. In questo governo erano presenti due rappresentanti del Partito Popolare , che nel suo congresso del 1923 aveva approvato la partecipazione dei cattolici al governo Mussolini “come apprezzabile concorso perché la rivoluzione fascista si inserisca nella Costituzione”. Il partito fascista rispose affermando che: “la necessità della conciliazione è intimamente sentita dal popolo nostro: il quale si accoppia ad un innato sentimento religioso , un innato sentimento di devozione alla Patria italiana: “Dio e Patria” è il binomio che governa la coscienza degli italiani”.
Questi “amorevoli” intenti erano ben lontani dal programma che i “fasci di combattimento” proclamarono al loro congresso del 1919, anche se un noto storico del fascismo nega che sia mai esistito il programma di San Sepolcro. Questo invece fu scritto e la partecipazione a questo congresso concedeva l’onorificenza di “sansepolcrista” ai fascisti della prima ora. Le rivendicazioni in esso contenute collocavano i fascisti all’estrema sinistra dello schieramento politico italiano: suffragio universale, voto alle donne, abolizione del Senato, repubblica, partecipazione dei lavoratori alla gestione aziendale, assicurazione di invalidità e vecchiaia a 55 anni, imposta sul capitale, sequestro dei beni della Chiesa Cattolica e, dulcis in fundo, la “svaticanizzazione dell’Italia”. Ma già un anno dopo, al congresso di Milano, Mussolini fece una virata di 180 gradi, almeno per quanto riguardava la Chiesa Cattolica: “quanto al papato, bisogna intendesi: il Vaticano rappresenta 400 milioni di uomini sparsi in tutto il mondo ed una politica intelligente dovrebbe usare ai fini dell’espansionismo proprio questa forza colossale (…). Nessuno in Italia, se non vuole scatenare la guerra religiosa, può attentare a questa sovranità spirituale”. Come si sa, l’alleanza con i cattolici è ancora oggi giudicata ineludibile e voluttuosamente praticata. Ma questa alleanza, oggi come allora, va comprata, e così Mussolini nel suo primo discorso alla Camera, il 21 giugno 1921, promise al Vaticano: “aiuti materiali, le agevolazioni materiali, le scuole, chiese, ospedali e altro che una potenza profana ha a sua disposizione” e affermò che “la tradizione latina e imperiale di Roma oggi è rappresentata dal Cattolicesimo”.
Diventato primo ministro, il Duce comincia a fare favori alla Chiesa: dalla parificazione delle tasse scolastiche delle scuole pubbliche e private, al divieto del gioco d’azzardo (già chiesto dall’Azione Cattolica), all’annuncio che l’insegnamento religioso sarebbe divenuto “il principale fondamento dell’educazione pubblica e di tutta la restaurazione morale dello spirito italiano”.
Gli amorevoli rapporti tra Mussolini e la Chiesa erano alimentati dal nuovo papa, Pio XI, che, secondo G.A.Borgese,: “era sicuro di amare lìItalia, ed era d’altra parte sicuro di odiare la democrazia e il socialismo (…). In un momento di gioia irrefrenabile Pio XI lo abbracciò spiritualmente, chiamandolo ‘uomo della Provvidenza’ ”. Sotto il suo pontificato cominciarono e si conclusero le trattative per la Conciliazione tra Stato e Chiesa. Il 19 e 20 gennaio 1923 Mussolini e il Cardinal Gasparri si incontrarono a Roma, nel palazzo Guglielmi, per porre le basi della lunga trattativa che si concluse solo l’11 febbraio del 1929. Nel frattempo, la Chiesa continuava ad incassare anticipi da parte dei governi fascisti: l’esenzione dei seminari dalle imposte straordinarie sul patrimonio e che l’abilitazione dell’insegnamento della religione venisse rilasciata dalla autorità ecclesiastica. Questi privilegi esistono tutt’ora, insieme ad altri, ma solo il governo di centro-sinistra ha sancito, a dispetto della Costituzione italiana, che gli insegnanti di religione nelle scuole statali siano inquadrati come professori ordinari, assunti, senza concorso, dallo stato e, per di più, licenziabili solo dall’autorità ecclesiastica.
Con la conciliazione venne sanato il “vulnus” che i Savoia avevano inferto con la conquista di Roma il 20 settembre 1870, e fu sigillato l’accordo tra Chiesa e Fascismo: “al papa furono dati i palazzi vaticani con i giardini: un potere temporale in un guscio di noce (…). Ma, mentre la Chiesa si sottomise alla tirannide atea, questa, in cambio, lasciò la Chiesa padrona assoluta della cellula sociale più elementare, la famiglia. Matrimonio e divorzio - che era stato finalmente introdotto, sia pure di nascosto, in Italia perché fonte gradita di guadagni per la Chiesa – diventarono monopolio del Vaticano” (G.A. Borghese, Golia, pag.191-92). Il regime fascista, inoltre, produsse una legislazione sociale ispirata ai principi conservatori della Chiesa cattolica: il blocco della mobilità tra città e campagna, l’eliminazione del conflitto tra padroni e sindacati con l’istituzione delle corporazioni, misura auspicata sin dal 1864 nel Sillabo, documento firmato da Pio IX, che condannava anche la libertà di culto, di opinione, di stampa e del liberalismo.
Come si può capire, la collaborazione tra Chiesa e Fascismo era totale, solo per quanto riguardava l’educazione della gioventù ci furono discordanze; ciò nonostante, l’Azione Cattolica potè formare le classi dirigenti del dopo fascismo: “in quel giorno nel paese non ci rimarranno forze organizzative, eccettuata la Chiesa, e la Chiesa con le connivenze delle potenze straniere, che vorranno evitare una rivoluzione in un posto nevralgico come l’Italia, succederà al Fascismo (…). Forse un giorno le guerre del risorto potere temporale copriranno con la loro ombra tutta l’Italia e il sogno accarezzato da tanti papi nel Medio Evo e nel Rinascimento finalmente si avvererà”. (G.A.Borgese, op. cit., pag. 194).
In politica estera, la Chiesa appoggiò il Fascismo, e viceversa. Così il Cardinal Schuster disse nella sua omelia del 28 ottobre 1935, anniversario della marcia su Roma, ai milanesi accorsi in Duomo: “Cooperiamo con Dio in questa missione nazionale e cattolica di bene, soprattutto in questo momento in cui sui campi d’Etiopia il vessillo d’Italia reca in trionfo la croce di Cristo, spezza le catene degli schiavi, spiana le strade ai Missionari del Vangelo (cit. in R. De Felice, Mussolini, il Duce, vol. I, pag.425). Il punto di massima coincidenza tra Chiesa e Fascismo si ebbe durante la guerra civile spagnola, con l’invio di migliaia di “volontari” fascisti a fianco del generale Franco e in difesa della Chiesa spagnola. Durante questo conflitto morirono circa un milione di spagnoli delle due parti, ma, mentre il governo spagnolo cerca di parificare nella “memoria storica” i caduti repubblicani e quelli franchisti, la Chiesa Cattolica ha voluto ribadire la differenza fra i morti delle due parti, beatificando 498 “martiri cattolici”.
La Chiesa può permettersi questa manifestazione di discriminazione perché in Italia nessuno osa ricordare la collusione della Chiesa cattolica con il Fascismo sin dalle sue origini.

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