Nei giorni 13 e 14 di questo mese si è tenuta in alcune città italiane una manifestazione politica, con motivazioni immediate giuste, ma senza una visione globale del problema: lo sciopero della pasta. Era patetico pensare che non comperare la pasta per due giorni rappresentasse un danno per qualcuno, così come non rappresentava un sacrificio sensibile per nessuno. Indubbiamente, il prezzo della pasta è notevolmente aumentato negli ultimi mesi, ma pensare che colpa sia tutta dei produttori e dei rivenditori di pasta è solo parzialmente vero. Alla manifestazione, indetta dalla federazione Consumatori, si sono associati anche i rappresentanti dei contadini italiani, che forse pensavano di rimuovere il fatto che il grano italiano viene pagato il doppio del suo valore sul mercato internazionale, proprio perché i contadini italiani, come quelli europei, sono tutelati dai vari governi nazionali. Il grano è invece un problema globale: la produzione mondiale di quest’anno forse recupererà il livello di produzione del 2005, pari a 622,6 milioni di tonnellate, ma, nel 2006 era stata di soli 592,9 milioni di tonnellate. Queste riduzioni di produzione, dovute a siccità o alluvioni in varie parti del mondo, sarebbero superabili dall’utilizzo delle scorte accumulate, ma da anni ormai le scorte mondiali non esistono quasi più: quelle del vecchio Continente sono scese da 14 milioni di tonnellate ad un solo milione e, per giunta, si tratterebbe esclusivamente di mais ungherese. Inoltre, la popolazione mondiale aumenta di circa 86 milioni di abitanti l’anno e, pertanto, la produzione dovrebbe essere aumentata ogni anno per sfamare la nuova popolazione. Dunque, l’aumento del prezzo della pasta è dovuto principalmente ad una reale scarsità di grano sul mercato mondiale. Se si tiene poi conto che si sono manifestati notevoli aumenti di consumo, dovuti al cresciuto benessere nei paesi in via di sviluppo e che un parte della produzione di mais cìviene convertita in etanolo, la scarsità di cereali diventa cronica. E’ vero che la CEE potrà decidere di riattivare quel dieci per cento di superficie coltivabile che era stata messa a riposo, sperando di attenuare i fenomeni di inaridimento dei suoli dovuti all’eccessivo sfruttamento, resta però il fatto che la superficie coltivabile globale è stata tutta utilizzata. E’ vero anche che, nonostante le moratorie e le dichiarazioni del presidente del Brasile, la deforestazione della foresta amazzonica è proseguita: “dal gennaio 2003, data dell’arrivo al potere del presidente Lula, 70 mila chilometri quadrati di terre sono stati sacrificati alla soia (…), tutte le maggiori società americane partecipano alla ????” (La Stampa, , Copyright Le Monde, 21(09/07). Greenpeace ha pubblicato un rapporto su quanto sta accadendo in Brasile, intitolato “Mangiando l’Amazzonia” e i “sojeros” (?????) hanno risposto applicando sulle loro auto l’adesivo con la scritta: “Fuori greenpeace, l’Amazzonia è dei brasiliani”. Ma l’Amazzonia non è solo dei brasiliani, è anche il “polmone della terra”. Che, oltre alla deforestazione, viene attaccata anche dai pesticidi: “Oggi il 20% della foresta brasiliana è morto (…) il 40% dell’Amazzonia potrebbe sparire nei prossimi vent’anni” (la Stampa, ivi). Se si tiene conto che, secondo le previsioni dell’ONU, la popolazione globale passerà dagli attuali sei miliardi a più di 8 miliardi di uomini, la questione dell’alimentazione umana sarà insolubile. Partendo dall’attuale “sciopero del grano”, bisognerà trovare, sempre che ce ne resti il tempo, nuovi modi per sfamare l’umanità. La Russia, per bocca del suo ministro dell’Agricoltura, Alesksey Gordeev, ha proposto la creazione di “una associazione intergovernativa per coordinare la produzione e il commercio del grano” (La Stampa, 09/09/2007). Solo muovendosi a livello globale si potrà affrontare il problema dell’alimentazione umana, ma per poterlo fare ci vorrà un “Governo Globale” (*).
* Cfr Romolo Gobbi - Dialogos, Governo Globale
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