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Geopolitica e Complessità Autore: RomoloGobbi | Data: 26/08/2007 13.58.22
Geopolitica e Complessità.
(Sintesi di articolo scritto per Eurasia, rivista di geopolitica)

Il principio generale della teoria della Complessità è la riunificazione delle scienze esatte con le scienze umane, così com’era nell’antichità. La geopolitica è quindi una scienza che, in parte, realizza questo principio; infatti, riunisce la geografia, scienza esatta, con la politica, essenzialmente umana, e quindi inesatta. Un’altra scienza inesatta, la storia, potrebbe aumentare la complessità della geopolitica. La storia, a sua volta, dovrebbe coniugarsi con altre scienze umane, come la sociologia, l’antropologia culturale e anche l’etologia umana. Ma, l’elemento che la storia dovrebbe assimilare dalla scienza della complessità è il principio di “causa minima”, ovvero il rifiuto del paradigma classico della “causa efficiente”, e, cioè, l’esaltazione dell’avvenimento “necessario e sufficiente” a provocare la storia successiva.
Un’altra considerazione potrebbe rendere ancora più complessa la geopolitica: l’importanza per le società umane della religione, che è il mito fondante di ogni raggruppamento umano. La guerra di dissolvimento della Jugoslavia è stata anche una guerra tra religioni: i croati cattolici, i serbi ortodossi, i bosniaci musulmani. Oltre ai piccoli conflitti religiosi fa cattolici e presbiteriani nell’Irlanda del Nord, tra ebrei e islamici in Israele, è in corso anche un grande conflitto tra occidente cristiano e il terrorismo islamico. Sappiamo che esistono delle ragioni economiche alla base dei conflitti, ma sarebbe stato vano creare una mobilitazione morale per appropriarsi dei territori petroliferi o per impedire l’accesso di altri ad altri territori. Così come sappiamo che le guerre moderne hanno alle spalle grandi “complessi militar-industriali”, ma lo spirito combattivo delle truppe deriva da impulsi irrazionali, che vanno dallo sprezzo del pericolo, all’autodistruzione.
Secondo la teoria della complessità, la mente umana è l’organismo più complesso esistente (il numero delle sinapsi possibili è simile al numero degli elettroni nell’universo), e, proprio per questo, è illusorio pensare che possa controllare tutti i suoi impulsi e muoversi “razionalmente”. Anzi, le scienze cognitive hanno studiato e dimostrato che esiste la tendenza all’errore, innata nel nostro cervello, soprattutto quando si tratta di prendere decisioni improvvise, noi siamo portati a fare la scelta sbagliata.
Più in generale, è sbagliato continuare a pensare che vi sia “un cammino umano”, diretto a mete “giuste e progressive” e che ci sia un unico metodo per raggiungerle: la democrazia industriale. La scienza della complessità ha escluso che le innovazioni abbiano una “direzione” e che il cambiamento possa essere indefinito. Ervin Laszlo, parlando dei sistemi sociali e della loro evoluzione dice: “alla fine essi raggiungono un optimum, oltre il quale i nuovi, eventuali incrementi di complessità non potranno più essere di aiuto all’efficienza dinamica, oltre questa soglia, l’evoluzione può produrre soltanto una deriva non selettiva”(1). La stessa evoluzione è stata descritta come un procedere attraverso mutazioni casuali, cioè errori di replicazione del codice genetico. Che da un cumulo di errori possa derivare un progresso è del tutto illusorio; così il biologo inglese Brian Goodwin: “per descrivere l’evoluzione propongo l’immagine di una danza priva di un fine. Come dice Stepen Jaygould, l’evoluzione non ha scopo progresso o direzione” (2).
Dunque, la pretesa dell’occidente di esportare, con o senza armi, il proprio modello sociale è del tutto immotivata, anche perché non tiene conto dei limiti dello spazio disponibile sul nostro pianeta e ignora che la crescita della popolazione terrestre lo rende ulteriormente ristretto. William C. Clarck, ricercatore Americano, analizzando la distribuzione delle luci notturne riprese dallo spazio, scrive: “la distribuzione delle luci notturne prodotte dalla nostra civiltà si configurano non molto diversamente dalla crescita esuberante, osservabile in una capsula di Petri, ricca di sostanze nutritive, poco dopo che in essa siano stati introdotti dei batteri […]. Nel mondo limitato della capsula di Petri questa crescita non è sostenibile. Prima o poi, via via che le popolazioni batteriche consumano le risorse disponibili e sono sommerse dai propri rifiuti, al rigoglio iniziale succede una stasi e quindi l’estinzione” (3).
La geopolitica dovrebbe dunque aumentare la propria complessità sussumendo anche un’altra scienza, l’ecologia, e ricercare, con essa, i limiti dei territori e l’optimum della loro utilizzabilità. Quanto alla politica, non si dovrebbe limitare all’analisi critica delle scelte degli stati e delle istituzioni internazionali, ma diventare essa stessa portatrice di valori che servano alla conservazione delle specie.

1)Ervin Laszlo. Evoluzione. Feltrinelli, Milano, 1986, pag. 40

2) Brian Goodwin. In: J. Brockman, La terza cultura. Garzanti, Milano, 1995, pag.81

3)William C. Clarck. Sfide globali. In: Le scienze, novembre 1989, n°255, pag. 13.



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