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Anonimo
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Filosofia e democrazia Autore: RomoloGobbi | Data: 23/06/2007 21.27.00
Letto nel sito www.bonansea.blogspot.com
vi propongo un contributo filosofico di Bruno Bonansea alla discussione sulla democrazia



IL FONDAMENTALISMO DELLE DEMOCRAZIE
"Il fondamentalismo delle democrazie consiste nel credere che ciò che non è come loro è male". Così Gabriel G. Márquez in una frase che ha il merito di richiamare l’attenzione su un elemento costitutivo delle democrazie moderne, oggi impiegato scorrettamente insieme con termini come integralismo e fanatismo per connotare negativamente il mondo islamico. Cominciamo con un po’ di filologia per restituire ai concetti i loro significati originari. Il fondamentalismo è nato negli Stati Uniti, nel contesto del protestantesimo. Nel 1919, dei pastori battisti e metodisti fondarono la World’s Christian Fundamentals Associations, con l’intento di rifiutare le teorie darwiniane sull’evoluzione a favore di un’interpretazione letterale del creazionismo biblico. Il fondamentalismo protestante ha conquistato man mano notevoli favori negli Stati Uniti e, attualmente, esercita un peso molto rilevante sulla vita politica americana. Il termine integralismo, di origine spagnola, è apparso in Francia nel 1910 a designare una associazione religiosa, la Sodalitium Pianum, meglio conosciuta con il nome di Sapinière, poi sciolta dalla Santa Sede nel 1921. Richiamandosi all’Enciclica "Pascendi" di Pio X, gli integralisti (cattolici integrali) attaccano il modernismo e si proclamano amici della tradizione. Il concetto di fanatismo risale , invece, al XVII secolo e deriva etimologicamente da "fanum" , che significa tempio in latino e rimanda, dunque, ad una attitudine religiosa. Nel 1542, in Rabelais, il temine verrà associato a follia e, un secolo e mezzo più tardi, sarà impiegato per designare i camisards, i protestanti francesi protagonisti dell’insurrezione nelle Cévennes. Nel 1764, Voltaire, inorridito, registrerà la voce fanatismo nel suo "Dizionario filosofico". La crisi del razionalismo e della weltanschauung illuministica in genere che ha investito la nostra cultura negli ultimi anni, ci offre un appiglio prezioso per mettere in discussione la genesi della modernità come prodotto della "ragione" e dei "lumi" e ci permette, invece, di sottolinearne l’elemento fondativo mitico-religioso. Se teniamo presente che le due rivoluzioni inglesi del ‘600 e quella americana del secolo seguente si spiegano con il puritanesimo e che la rivoluzione per antonomasia, quella francese, affonda le sue radici nel movimento giansenista, "bigotteria pretesca" secondo Stirner, appare maggiormente comprensibile l’atteggiamento odierno degli occidentali nei confronti del mondo islamico. Figlio dell’Apocalisse, per usare un’espressione di Gobbi, nella sua variante liberale o marxista, il mondo occidentale non sa rinunciare alle sue radici e ad a ogni occasione accusa il nemico di essere il "male". Fino alla caduta del muro di Berlino, si trattava del comunismo; oggi si parla, invece, dell’islam. Ma i dogmi di riferimento non sono cambiati: democrazia, progresso e mercato, naturalmente ammantati di universalismo, in modo da giustificare la loro diffusione, anche violenta, presso i miscredenti. L’occidente rivela un volto, allora, che ricorda da vicino quello del terrorismo cattolico: delle crociate e della controriforma. Del resto, a suo tempo. Michel Foucault aveva messo in luce il rapporto organico che intercorre tra l’occidente moderno e la chiesa controriformata, tra il mondo che si chiama "libero" e le pratiche repressive degli avversari del demonio. Così come aveva magistralmente illustrato un’"altra" genealogia della modernità, quella dell’universo carcerario, in cui la prigione, il manicomio e l’ospedale apparivano parenti paurosamente stretti. E proprio a Foucault ed al suo "Taccuino persiano" appare utile fare riferimento per cercare di interpretare l’attuale scontro delle civiltà. Il titolo del libro richiama le "Lettere persiane" di Montesquieu, ma non si tratta né di illuminismo né di relativismo:con il primo, Foucault intrattiene un rapporto complesso ed ambiguo, fatto insieme di rifiuto e di recupero in direzione di una ontologia dell’attualità: "Lasciamo alla loro pietà coloro i quali vogliono conservare viva e intatta l’eredità dell’aufklärung. Questa pietà è certamente il più commovente dei tradimenti". Quanto al secondo, esso appare un falso problema: "La visione del mondo di Foucault era una visione da guerriero…L’idea di un relativismo culturale riposa su un presupposto, secondo cui all’eternità non si oppone l’attualità ma il tempo che scorre. Ma che cosa conta il relativo? Mai un guerriero è stato scosso, nel suo patriottismo, dall’idea che il suo cuore batterebbe per il campo nemico, se fosse nato dall’altra parte della frontiera". Nel vivo della sollevazione iraniana contro lo scià, che avrebbe condotto al governo l’ayatollah Khomeini, Foucault ha modo di verificare sul campo la validità della sua microfisica del potere ma, anche, di confrontarsi direttamente con un pensiero "altro" da quello occidentale, di cui sa cogliere lucidamente la straordinaria portata politica per l’immediato futuro.Non solo Foucault scorge nell’islam "una gigantesca polveriera, formata da centinaia di milioni di uomini ", ma si rende anche perfettamente conto dell’impossibilità di impiegare le categorie politiche impiegate dal pensiero politico europeo per interpretare la realtà del mondo islamico: "La modernizzazione, come progetto politico e come principio di trasformazione sociale, è nell’Iraq una cosa del passato",oppure, riguardo al senso della morte e, quindi, della vita: "Sapevo ciò che mi avrebbe risposto: ‘Quello che preoccupa voi occidentali, è la morte, le chiedete di staccarvi dalla vita, essa vi insegna la rinuncia. Noi invece ci preoccupiamo dei morti, perché essi ci fissano alla vita, noi tendiamo loro la mano affinché ci leghino al dovere della giustizia permanente. Essi ci parlano del diritto e della lotta che lo fa trionfare’", e, infine, "non è una rivoluzione, nel senso letterale del termine… è forse la prima grande insurrezione contro i sistemi planetari, la forma più folle e più moderna di rivolta". La preferenza accordata a termini come insurrezione e rivolta piuttosto che alla categoria di rivoluzione, può far pensare ad un richiamo polemico a Stirner contro la tradizione marxista; nel qual caso sarebbe utile ricordare le considerazioni di Furio Jesi: "Nel fenomeno dell’insurrezione spontanea sono presenti anche numerose componenti di ribellione nate dalle singole frustrazioni ‘private’, estranee al quadro della coscienza e della lotta di classe", e in modo ancora più illuminante: "La rivolta esclude la provvidenza – o la provvida fatalità, o la provvida conseguenza delle ferree leggi economiche - , così come essa non prepara il domani. Ma che cosa è l’epifania del ‘dopodomani ‘ di Nietzsche se non la conferma della essenziale inattualità della rivolta? La rivoluzione prepara il futuro, la rivolta evoca il futuro". In ogni caso Foucault si sforza di leggere, per così dire con un approccio di tipo ‘antropologico’, la tradizione islamica secondo i proprï principï, senza sovrapporre ad essa deformazioni di carattere eurocentrico tipiche della dell’apparato ermeneutico marxista o progressista in genere. È una lezione di grande forza ed attualità, tanto più se confrontata con l’insulso vociare di giornalisti ed intellettuali che quotidianamente incensano la globalizzazione come missione di civiltà. Una delle rare voci fuori dal coro, quella di Jean Baudrillard, ci ricorda che esistono dei modelli refrattari all’occidentalizzazione del mondo di cui l’islam è il più manifesto e che il fronte della quarta guerra mondiale, dopo la terza che è già avvenuta, la guerra fredda, passa tra questi antagonismi. La posta in gioco, naturalmente, è la mondializzazione. Lo scenario geopolitico internazionale si presenta, quindi, in maniera estremamente semplificato: da una parte i ‘partigiani’ della globalizzazione, inclusa la Cina dopo l’entrata ne WTO; dall’altra il mondo islamico, cioè a dire l’unico autentico attuale movimento no – global. Questa situazione ha fatto anche sì che sia venuta meno la tradizionale distinzione tra destra e sinistra, accomunate, oggi, nella difesa dei valori dell’occidente che non vuole tramontare. Così, non solo gli intellettuali organici à la Habermas o à la Popper si trovano smarriti scoprendo le loro posizioni interscambiabili, ma anche quelli che tengono alto il vessillo dell’opposizione, come Marcello Cini, tradiscono un certo disagio nel dover ammettere il fallimento della sinistra come alternativa al sistema capitalistico: "È chiaro che voto a sinistra, ma nessun partito mi attira particolarmente", ciononostante: "Mettere sullo stesso piano la falce e il martello – simboli del lavoro e della vita – delle bandiere rosse dei lavoratori, e i teschi – simboli della violenza e della morte – sui gagliardetti neri delle SS e delle squadracce fasciste è dunque non solo
storicamente assurdo, ma ignobilmente strumentale". Dopo aver sottolineato l’inadeguatezza dello schema marxiano del passaggio dal capitalismo al comunismo presente nei ‘Grundrisse’, secondo cui "è lo sviluppo impetuoso della scienza e della tecnologia… che scalza le basi del processo di crescita del capitalismo", Cini non rinuncia ad individuare "un metasoggetto formato da soggetti diversi decisi a difendere la propria identità minacciata dal processo di omologazione"; naturalmente il metasoggetto non è l’islam. Chi continua a credere, invece, nella potenzialità rivoluzionaria dei ‘Grundrisse’, è Antonio Negri che, nel suo ultimo libro, ‘Impero’, scritto a quattro mani con Michael Hardt ed accolto entusiasticamente, tra gli altri, dal ‘Time’, arriva a sostenere: "Quello che Marx vedeva nel futuro non è altro che il nostro tempo", e in modo ancora più spensierato: "Nelle espressioni della sua potenza creativa, il lavoro immateriale sembra esprimere virtualmente un comunismo spontaneo ed elementare". Da questo punto di vista, l’islam rappresenta un ostacolo ‘regressivo’ alla deterritorializzazione operata dall’’Impero’ e viene ridotto alla categoria vuota del fondamentalismo: "Quello che, senza dubbio, unisce i fondamentalismi è la loro strenua opposizione alla modernità e alla modernizzazione…in tal senso, il fondamentalismo islamico costituisce il caso paradigmatico". La proposta alternativa dei Nostri consiste nel recuperare Agostino di Ippona e, in suo nome, riconoscere che: "Solo una comunità universale e cattolica che riunisca tutti i popoli e tutte le lingue in un viaggio comune può raggiungere lo scopo". Amen. Si tratta, in questi autori, di un sostanziale fraintendimento del processo di americanizzazione che ha investito i paesi europei dopo la seconda guerra mondiale, interpretato unilateralmente come emancipazione. A questo riguardo aveva visto meglio Pasolini che, pur nei limiti della sua mitizzazione populistica delle culture alternative, coglieva correttamente la ‘mutazione antropologica’ conseguente al processo di omologazione culturale degli anni del dopoguerra. Naturalmente, la forza della denuncia pasoliniana era stemperata dal fatto stesso di essere lanciata dalle colonne di un giornale espressione dell’ideologia dominante come il "Corriere dela sera". Il discorso dell’occidente sull’occidente sembra, così, chiudersi su sé stesso a meno di riconoscere "la legittimità del richiamo al mondo culturale, alle antiche lingue del vicino oriente, all’accadico, al sumero, per far luce sulle origini della civiltà del nostro continente… ciò che sappiamo di quei popoli del vicino oriente che crearono la prima grande civiltà come conquista perenne anche per l’occidente noi possiamo leggerlo negli scritti che sono giunti sino a noi". Occorre, in altre parole, che l’occidente rinunci alle sue pretese egemoniche a partire dal linguaggio, che ha fatto supporre l’esistenza dell’indoeuropeo come madre di tutte le lingue rivelatosi una favola. Mentre il ricorso "all’accadico, come lingua antichissima di più larga documentazione, dispensa talora dal ricorso a lingue affini e sostituisce il rituale richiamo all’indoeuropeo congetturale dei manuali, storicamente inesistente". Giova forse ricordare che la civiltà mesopotamica di cui ci parla con tanto calore Semerano, coincide geograficamente con Iraq odierno, quello che i fondamentalisti occidentali, Bush in testa, si preparano distruggere. Mi piace concludere queste brevi riflessioni citando un grande scrittore giapponese: "Ma perché poi piace tanto, a noi
orientali, la bellezza che nasce dall’ombra?… Gli occidentali conferiscono, persino ai fantasmi, la trasparenza del vetro… Gli occidentali amano ciò che brilla , come per luce diurna…Quale l’origine di gusti tanto dissimili? V’è, forse, in noi orientali, un’inclinazione ad accettare i limiti, e le circostanze, della vita.Ci rassegniamo all’ombra, così com’è, e senza repulsione. Al contrario, l’occidentale crede nel progresso, e vuol mutare di stato. È passato dalla candela al petrolio, dal petrolio al gas, dal gas all’elettricità, inseguendo una chiarità che snidasse sin l’ultima parcella d’ombra".

Bruno Bonansea






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